tarocchi ep.10
le cose cambiano
Mi giro lentamente verso destra e poi volto lo sguardo dalla parte opposta, verso sinistra. Dopodiché attraverso velocemente la strada. Lo faccio al contrario rispetto a come sono abituato perché penso che ogni tanto è importante cambiare prospettiva. Ma anche perché sono in Inghilterra e mi sono ripromesso più volte di evitare di morire prima dei 27 anni, per quanto possibile.
Sono davanti alla stazione di Kilburn, nella zona nord-ovest di Londra. Una macchina pompa Don’t give it away di Fridayy e Chris Brown a tutto volume. Butto per terra il drum che ho fumato solo per metà ed entro in una Bakery greca. “Can I have one spinach and feta pie please?”. Pago 3 pound con la mia nuova carta di debito verde fluorescente - che poi avrei scoperto essere la carta preferita dei brasiliani residenti a Londra per qualche ragione - e sorrido alla cassiera: “no I don’t need the receipt, thank you”. Ingurgito in non più di 3 morsi quella che i greci chiamerebbero spanakopita e provo di corsa ad entrare nel bagno della stazione della tube ma è chiuso. Sulla porta campeggia la scritta “this is a free-drug station”, mentre più in basso c’è scritto che bisogna chiedere le chiavi al personale, ma il personale non c’è.
A quel punto decido che è meglio lasciar perdere e mi avvio velocemente verso i tornelli della metro, altra strisciata verde fluo, e mi butto nella Jubilee Line diretto verso il centro di Londra dove mi aspettano 8 ore interamente dedicate all’ordine e alla disciplina in un contesto che ricorda molto verosimilmente la discesa verso gli inferi. Mi riferisco più a Dante che a Tedua.
Anche se pure la strada del rapper genovese sa essere spaventosa, considerando che è lastricata di pessimi autori con un egomania molto più pronunciata di quella del bar manager jamaicano che l’altro giorno - essendomi macchiato della terribile colpa di aver confuso il calice degli ospiti della private dining room (per tutti PDR!) con quello degli ospiti normali (manco sto a dirvi che sono perfettamente identici, i bicchieri intendo ma anche gli ospiti) - mi ha fulminato con un “I kill you” mentre ammiccava allo specchio sistemandosi i dread. Per lo meno il bar manager ascolta della buona musica e non si è macchiato della colpa di aver coscritto Angelo all’inferno per cui, ne sono certo, ci sarà un girone apposito che, calcolando a spanne, potrebbe trovarsi schiacciato come un maiale nel katsu sando tra i falsari e i traditori della patria.
All’inferno faccio meditazione
Mi trovo nella cucina di un costoso ristorante asiatico vicino alla cattedrale di St. Paul a Londra. Mentre mi chino per inserire nel dishwasher l’ennesimo carico di bicchieri sporchi, e mi rialzo per riprendere ad asciugare quelli puliti, mi scappa una sonora risata che mi fa dubitare per l’ennesima volta della mia salute mentale. Per fortuna la prova schiacciante del mio bisogno impellente di TSO si perde tra il rumore di stoviglie e bicchieri, gli innumerevoli “baaaaacks” gridati dai runner che corrono avanti-indietro con i vassoi (da cui spizzicano avanzi di sushi) e il volume sparato al massimo di El Chiringuito, una delle trasmissioni spagnole più famose sul calcio nazionale e internazionale che il lavapiatti madrileno segue a un volume esagerato.
La mia è una risata amara tanto quanto il cocktail che verrà servito in questo ennesimo Nick & Nora Glass che sto diligentemente asciugando. Mentre mi specchio sugli estremi del bicchiere ripenso a qualche mese fa quando, all’ora di pranzo, avevo abitudini molto diverse. A quest’ora della giornata probabilmente stavo per addentare del morbido sashimi di tonno strozzato tra due chopsticks di legno sprofondando con il mio ego nei divanetti di un ristorante giapponese. Al tavolo con me, presumibilmente, erano seduti importanti autori dell’industria discografica mentre, verosimilmente, Arisa confessava a più riprese di volersi scopare Marracash. Chissà chi puliva il bicchiere in cui stavo bevendo in occasioni come quelle.
Oppure rientravo in ufficio da un pranzo veloce in zona Repubblica, in perfetto schieramento con gli altri colleghi, diretto verso una fantastica combo caffè e sigaretta al nono piano di uno dei tanti palazzi asettici, ma pur sempre open space, di City Life. Ricordo che ogni volta che fumavo una sigaretta mi sforzavo di sporgermi il meno possibile dal terrazzo per scacciare dalla testa quella vocina che ogni tanto si affacciava proponendo qualche “e se…?” di troppo sussurrato a bassa voce. Dopodiché, via con il resto della giornata.
Ora invece lavo i miei peccati uno alla volta insieme a una squadra di latinos.
Sono qui a parlare con Wilson - 2 parole in inglese e 2 in spagnolo - capo barback ecuadoreño che ha un rapporto simbiotico con la lavastoviglie di cui conosce ogni segreto più recondito. Da qualche settimana Wilson - che non è un pallone da pallavolo con una faccina rossa disegnata, ma che ai miei occhi rappresenta alla perfezione il simulacro che utilizzo per allontanarmi il più possibile da una crisi esistenziale - prova ad insegnarmi che cosa significa amare. Il suo amore, nello specifico, si rivolge esclusivamente nei confronti di un elettrodomestico che lui chiama “my little baby” e che accarezza di continuo. Io lo guardo estasiato e imparo che ci si può prendere cura di qualsiasi cosa a questo mondo, basta saper amare.
Più osservo Wilson e la sua little baby, più rifletto sulla mia incapacità di amare davvero. Nonostante l’ammirazione e l’invidia che provo guardando la pace negli occhi di quell’ecuadoreño dalla testa rasata, fatico a seguirlo. Un po’ perché è velocissimo nei suoi spostamenti, un po’ perché ho il cuore rotto per una relazione appena finita, e un po’ perché sospetto che la palla Wilson per Wilson sia proprio la lavastoviglie. Per questo sento che farei qualcosa di profondamente sbagliato se mi dovesse sorprendere con l’uniforme slacciata, grondante di sudore, piegato a novanta gradi, ad inserire un qualche tipo di liquido blu mentre agito la mano nelle parti basse di qualcosa che per me è solo momentaneo, ma che per lui rappresenta tutta la sua vita.
Lo schiavo dalle 9 alle 5 non mi convince
Quando arriva la pausa mi sposto nel retro della cucina, una sorta di corridoio grigio che porta all’ascensore interno da cui si raggiungono i magazzini del ristorante e delle altre decine di attività contenute all’interno del mall. Giusto, mi sono dimenticato di dirvi che il ristorante fa parte di questo enorme edificio dove si trovano un centro commerciale, degli uffici e altre attività di vario tipo.
Comunque, mi metto comodo a mangiare del riso in bianco accompagnato da una salsa piccantissima. Sto in piedi e uso come appoggio il coperchio del bidone della spazzatura. Mentre ingurgito il tutto cercando di ottimizzare il tempo per riuscire a fumare due sigarette invece che una, penso alle differenze tra il lavoro che facevo prima e quello che faccio ora. Dopo un’attenta analisi comparativa tra la pulizia dei bicchieri in un ristorante asiatico di Londra e la compilazione di fogli Excel negli uffici open space di una major con vista sui grattacieli di Porta Nuova, l’unico cambiamento che mi appare degno di nota è legato alle sigarette. Sinceramente mi scoccia che ora devo chiedere il permesso per andare a fumare.
Mentre rifletto intensamente sul significato più profondo di questa trasformazione nella mia routine quotidiana scandita dai drum, fisso il riso in bianco che sto mangiando e arrivo alla soluzione. Penso che ho fatto davvero un’ottima scelta viste le alternative che avevo a disposizione. Sempre meglio che mangiarsi quella English Pie dall’aspetto invitante ma dal ripieno ripugnante. Datemi retta, se dovete aprire uno scrigno di pane per scoprire che al suo interno c’è una cosa marrone e liquida che fuoriesce… lasciate perdere. A meno che al vostro metabolismo non piaccia iniziare dalla fine come in Carlito’s Way. O abbiate un debole per la corporate life.
Every story got a twist
Quando rientro dalla pausa impregnato da un blend di profumo mix fumo e disinfettante per le mani, la situazione si è fatta più tranquilla. La parte più consistente del servizio è andata, e finalmente tutto procede a un ritmo più rilassato. Saul, il barback dominicano che tiene il grembiule rosso che dobbiamo indossare legato in vita, ha appena iniziato il turno. È un grembiule da facchino stile Grand Budapest Hotel con una fila di 5 bottoncini dorati disposti in verticale. Mi lancia un’occhiata per salutarmi, sposta un vassoio stracolmo di bicchieri e mette in play il nuovo disco di Drake dalle casse scrause del suo telefonino. Dopodiché inizia ad ondeggiare lentamente.
Parte The Shoe Fits.
Mi rimetto al mio posto: un tovagliolo bianco nella mano sinistra e un tovagliolo bianco nella mano destra. Con la sinistra tengo lo stelo del calice, mentre con la destra immergo il tovagliolo fino al fondo del bicchiere. Roteo lentamente per asciugare le goccioline d’acqua, dopodiché risalgo fino alla superficie dove roteo nuovamente lungo tutto il bordo. Faccio su e giù con la testa seguendo il ritmo mentre Drake apre la seconda strofa del pezzo citando l’attacco di Biggie in Big Poppa. Mi sento Richie nella serie The Bear in quel commovente episodio in cui il cugino di Carmy scopre il segreto dell’autodisciplina passando le sue giornate a pulire forchette.
Tra queste quattro mura bianche dove regna il caos e suoni di ogni tipo si confondono l’un l’altro, la sensazione che hai è veramente alienante. Quando però la confusione della rush hour cala progressivamente (che poi sono parecchie hours), in compenso ottieni un po’ di tranquillità. L’alienazione data dalla ripetizione costante degli stessi gesti si trasforma in una sorta di calma zen. Ora è tutto estremamente rallentato. Mentre la voce del rapper canadese scandisce il ritmo con cui asciugo i bicchieri, ho la netta sensazione che il mondo intorno a me si muova in slowmotion. Mi sento completamente distaccato dalla realtà.
Poi d’improvviso un tonfo.
È la mia testa che si sgancia dal corpo e cade per terra. Non sono per nulla stupito, è come se me lo aspettassi. Completamente immobilizzato, la guardo rotolare mentre si allontana lentamente.
I've had my beliefs tested, my faith broken in half
I try to joke and I laugh
But I just don't know how anymore, love
I don't know how…
La soluzione è semplice tipo rasoio di Occam
Ora davanti a me c’è mio nonno, mi parla a basse voce mentre una lacrima gli lambisce il viso. Dice che è invecchiato tutto d’un colpo. Non se ne capacita. Mi sussurra all’orecchio che è molto strano quello che è successo. Mi spiega che la vita procede perlopiù a passettini regolari e poi, a un certo punto, senza nessuna ragione apparente, decide di saltare avanti di dieci caselle. Ti guardi intorno e ti accorgi che è cambiato tutto. Non puoi più tornare indietro, a volte non ci riesci neanche con la memoria.
Man mano che continua a parlare la sua voce si fa sempre più flebile finché non riesco più a sentire nulla. Lo vedo sbracciarsi in un crescendo di agitazione ma la sua bocca non emette più alcun suono. Seguo con lo sguardo la lacrima che gli lambisce il viso. La vedo passare affianco alla bocca. Poi si dirige velocemente verso il mento. Infine, cade per terra con un tonfo innaturale.
D’improvviso mi ritrovo sott’acqua. Respiro appena.
Mi agito. Inizio a scalciare in ogni direzione e fatico a tenere gli occhi aperti. L’acqua è tremendamente salata. Provo a urlare con tutto il fiato che ho in corpo ma mi escono solo una manciata di bollicine dalla bocca.
Sto per impazzire. Sto per svenire. Sto per morire.
Improvvisamente mi ricordo che so nuotare. Comincio a muovermi lentamente verso l’alto. Bracciata dopo bracciata arrivo in superficie. Completamente stremato, alzo gli occhi verso il cielo e mi accorgo del sole. È molto caldo, sarà mezzogiorno. Mi rendo conto che non ha più senso nuotare. L’acqua è bassissima, mi arriva a malapena alle ginocchia. Riconosco subito la spiaggia, è in Sicilia, la stessa dove sono cresciuto d’estate in estate. L’acqua inizia a diminuire. Non mi arriva alle caviglie. Poi non supera la punta delle dita dei piedi.
Il mare evapora completamente.
L’acqua in cui ero immerso ora è contenuta dentro un piccolo annaffiatoio verde. Sono seduto su un tatami color crema che affaccia su una serra ricolma di piante di ogni tipo. Sto coltivando la mia rabbia, ogni giorno la bagno un po’. Mentre mi allungo per innaffiare il punto più lontano, l’annaffiatoio mi scivola dalle mani e cade per terra.
Qualche goccia rimbalza e atterra sulla mia fronte.
Ora sono io ad essere bagnato, forse è sudore. Sono sdraiato su un divano in una piccola stanza spoglia, intorno a me quattro mura bianche. Sono lì da ore. Forse giorni. Possibilmente mesi. Probabilmente anni. Una piccola goccia cade a intermittenza regolare sulla mia fronte. Quando mi rendo conto di quanto è costante, inizio a percepire il dolore. Sempre nello stesso punto, sempre con la stessa frequenza.
Poi mi ricordo che ho le braccia libere. Le alzo e cerco di ripararmi il viso. Mi copro completamente il volto con le mani. Dopo alcuni minuti va meglio. Dopo alcune ore il dolore si è spostato in un altro punto, ma l’intensità è la stessa. Tolgo le mani dal viso e chiudo gli occhi.
Li riapro dopo qualche istante. C’è della musica in lontananza. Sembra provenire dall’esterno. Riconosco la melodia, è un brano di Kendrick Lamar. Si intitola Sing About Me, I’m Dying of Thirst.
A quel punto mi rendo conto.
Mi alzo lentamente e mi dirigo verso il muro bianco davanti a me. Faccio una leggera pressione, la porta si spalanca, ed esco tranquillamente da quelle quattro mura bianche.
Perfect Days
Every character thinks they’re the main character.
O meglio, ogni personaggio di una storia è convinto di essere il personaggio principale. Vale per il cinema, i libri, la musica, la nostra stessa vita.
Non per Hirayama, uomo che trascorre un’esistenza perfettamente ordinaria e ripetitiva alle prese con la pulizia dei bagni pubblici di Tokyo. Questo giapponese di mezz’età, che non ha alcuna intenzione di rendersi protagonista nella storia della sua vita, si ritrova ad essere il protagonista dell’ultimo film di Wim Wenders: Perfect Days.
Questo film mi ha annoiato tanto quanto mi ha fatto riflettere.
Credetemi se vi dico che nel film non succede assolutamente nulla. Tutto ciò che mostrano i 122 minuti di pellicola del regista tedesco sono la semplice ripetizione di gesti, riti, banalità. Non tutto è piatto però, nel senso che ci sono alcuni piccoli eventi che scombussolano la realtà di Hirayama. Ma sono talmente irrilevanti ai fini della storia da non produrre nessun effetto sorpresa nello spettatore, che rimane incastrato nell’infinita attesa di qualcosa che non accadrà mai come se fosse intrappolato in Waiting for Godot di Beckett.
In compenso, però, si rimane incantati dalla liturgia dei gesti dell’addetto alle pulizie dei bagni di Tokyo. La stessa sveglia, lo stesso caffè alla macchinetta automatica, la stessa innaffiata alle piante, la stessa meticolosa pulizia dei bagni, la stessa lemonsoda davanti alla partita di football dello stesso bar, la stessa lettura prima di spegnere la luce e addormentarsi per l’ennesima volta.
Tutto questo è noiosamente normale, come la vita della maggior parte di noi.
Ma nell’epoca dell’incessante rappresentazione della straordinarietà, la normalità è a dir poco sconvolgente. La soddisfazione provata da Hirayama nella ripetizione maniacale degli stessi gesti mi colpisce più di qualunque foto a Dubai della tipa di Only Fans, o di qualunque video dell’attacco israeliano sulla popolazione palestinese. Siamo talmente assuefatti dalla straordinarietà che l’ordinario Hirayama si erge a eroe contemporaneo. Nella sua semplicità il netturbino giapponese sta a lì a ricordarci quanto l’autodisciplina possa essere salvifica, del resto un gesto straordinario è dato dalla ripetizione ossessiva di migliaia di gesti banali. Quello che ho tratto dal film è la sensazione di pace che si può trovare nella fatica, nell’ostinazione, nella perseveranza. Tutti valori esclusi dalla narrazione dei social.
Per me, che sono l’ennesimo protagonista di un film in cui tutti i personaggi sono convinti di essere il protagonista principale, è stata una rivelazione.
Non si cambiano le cose, se non cambi atteggiamento
Considerando quanto certe componenti del rap - l’iperbole, la straordinarietà, il successo, la violenza, i soldi - abbiano incarnato a pieno le caratteristiche richieste dai social e dalla società in questi anni, si può dire che l’ultimo disco di Massimo Pericolo sia il Perfect Days del rap italiano.
Le Cose Cambiano rivendica la noia della provincia e la faticosa ordinarietà della vita. Il disco racconta il cambiamento del rapper di Brebbia e la sua instancabile ricerca nel realizzare l’obiettivo più difficile del mondo: essere sé stessi. La straordinarietà sta nel fatto che a far passare questo messaggio sia un rapper di successo. Vane è uno dei pochi che riesce ad essere rilevante pur distaccandosi da tutta una serie di cliché e di consuetudini che fanno parte in maniera inestricabile di Milano, dell’industria, della maschera di cera che i colleghi si mettono addosso per costruirsi un personaggio.
Massimo Pericolo, proprio come Hirayama, sa chi è. Non ha le idee confuse. Sa che la sua sponda del lago non è quella dove va in vacanza Di Caprio, o chi cazzo c’è stato. E sa anche che sentirsi sempre in competizione e sentirsi inferiore spesso sono due facce della stessa medaglia.
Ecco perché il rapper di Brebbia può permettersi il lusso di inserire in un disco uno skit parlato di 6 minuti (17 anni-skit) in cui si racconta la semplice quotidianità, di una semplice giornata, in una semplice provincia come altre. Una partita alla play, un caffè, una canna, uno scazzo, un piccolo arresto, un treno e un film.
Mi piace pensare che il film in questione (“hai già un film in mente?” “mai quando serve”) sia proprio Perfect Days.
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il pensare/ un istante di chiarezza in un ventennio di delirio
Ogni notte provo a ricordarmi in che posizione mi sono addormentato la sera prima. Sono convinto che sia un ottimo metodo per riuscire ad addormentarmi facilmente. Non funziona mai. Non funziona perché non riesco mai a ricordarmi la posizione. Perché dormivo. La stessa cosa succede quando scrivo. È impossibile creare le condizioni migliori. Semplicemente accade, e quando accade non ti ricordi mai perché ti sei messo a scrivere. Sono arrivato alla conclusione che la stessa cosa valga anche per la vita. È inutile chiedersi cosa farsene. Non so come si fa a vivere, ma chiedersi come si fa non mi aiuta a vivere.
La risposta a come dormire la notte è dormire. La risposta a come svegliarsi la mattina è svegliarsi. La risposta a come scrivere è scrivere.
La risposta a come vivere è, molto semplicemente, vivere.
Spesso non pensare a quello che stai cercando ti aiuta a trovarlo. L’ho sentito in qualche film a proposito di ritrovare le chiavi di casa. Vorrei ricordarmi il titolo, ma forse, se non ci penso, prima o poi mi verrà in mente. Nel frattempo proverò a vivere.
la soundtrack di questo episodio: tarocchi playlist
un album italiano: ‘le cose cambiano’ by massimo pericolo
un album internazionale: ‘american dream’ by 21 savage
un altro album internazionale: ‘jazz is for ordinary people’ by berlioz
una traccia: ‘ob-la-di, ob-la-da’ by beatles
un videoclip: ‘redrum’ by 21 savage
un film: ‘perfect days’ by wim wenders
una serie: ‘the bear S2’ by cristopher storer
un libro: ‘l’arte di correre’ by murakami
Alla fine verso le 6 del mattino sono riuscito a dormire. Ho sognato lo scarafaggio di Kafka con la testa mozzata. Mi sono alzato dal letto, ho bevuto un caffè e ho messo in riproduzione casuale The White Album dei Beatles.
È partita Ob-La-Di, Ob-La-Da. Dicono che sia la peggior canzone dei Beatles. A me è piaciuta molto. È un pezzo che racconta la gioiosa ordinarietà della vita di Desmond. L’ho ascoltato con attenzione e ho pensato che, a differenza degli altri, o meglio, come chiunque altro, sono solo quello che sono.
La mia vita è un pettine pieno di nodi ed è tutto perfettamente, noiosamente, e irrimediabilmente, normale. Non mi resta che scioglierli pazientemente. Uno per volta.


