tarocchi ep.11
e mi ritrovo ubriaco
Il risveglio è la parte peggiore. Lo è ogni volta.
Prima ancora dei sensi di colpa arriva la secchezza della bocca e un dolore lancinante alla testa. Poi si apre una piccola fessura negli occhi incrostati attraverso la quale scorgo quanto basta. Vedo i loro sguardi severi posarsi su di me. Sento rimbombare le urla cariche di rabbia e disprezzo mentre si accalcano l’un l’altro puntandomi il dito. Non è un indice quello che agitano davanti a me, ma una glock infarcita di munizioni. Chi sono loro? Questo non è dato saperlo. Chi sono io? Questo è fin troppo evidente. Vergogna, fallimento, delusione. Il peso del giudizio altrui mi schiaccia contro il letto e mi immobilizza.
Allungo la testa per guardare il vomito rinsecchito sul tappeto di fianco a me. E mi viene di nuovo da vomitare. “Calmati. Calmati subito” penso ad alta voce. Inspiro profondamente ed espiro a stento una boccata d’aria che odora di biscotto bruciato inzuppato nel gin.
Mi sforzo d’immaginarmi da tutt’altra parte: il sole in faccia, il sale sulle labbra e una lei che taglia una foglia di aloe per poi passarmela delicatamente sulla schiena rovente. Mi guarda dritto negli occhi e accenna un sorriso compassionevole. Recupera un cubetto di ghiaccio dalla glacette dove giace esanime, culo all’aria, una bottiglia vuota di Sauvignon. Fa scivolare il ghiaccio sulla mia fronte. Io butto fuori sudore come un fiocco di mocio strizzato dentro al secchio. Lei passa il cubetto da destra a sinistra. Lentamente, con sorprendente dolcezza e con precisione chirurgica. E il dolore si allontana per un istante che sembra una vita.
Uomini soli in locali per soli uomini
Ieri sera sono scappato di corsa da uno strip club brianzolo decisamente sordido, un posto dove la signora che pulisce i cessi con il mocio vileda è più figa delle stripper.
Ho passato la nottata a bere svariati gin tonic dall’acidità pari o superiore ad un limone spremuto e miscelato con alcol etilico. Non li ho bevuti da solo, ma in compagnia di un coraggioso signore egiziano che aveva in testa meno capelli dei drink che abbiamo consumato. L’ho conosciuto lì, al bancone del bar. Mi ha raccontato tutta la sua vita ma io non me la ricordo. E non ricordo neanche se fosse egiziano, sinceramente. Manco quanti capelli avesse in testa, inutile mentire a questo punto. Ricordo però di aver provato a contarli. Poi, appunto, alle 4 in punto, sono scappato via di corsa. Mi hanno raccattato per strada mentre facevo zig zag sbattendo tra un palo e una siepe. La seconda opzione era decisamente quella preferibile.
Poi il buio.
Quando ho riaperto gli occhi era quasi giorno. Mi sono accorto subito che mi avevano strappato la collanina. Ero da solo sui Navigli, abbracciato a una ringhiera con una mano. Con l’altra provavo a digitare il numero di un taxi. O di una escort. O di un amico. O di non so chi. In mezzo c’è stato il vuoto.
Pink + White
Ora però mi sono rimesso a lucido. Sono a Milano in zona Paolo Sarpi insieme a questa bella ragazza dal viso dolce. Guance di un rosa acceso come il cappellino degli Yankees che indossa. Siamo all’ingresso di un locale che ambisce ad essere asiatico ma che finisce per essere decisamente milanese. Il rumore del tacco di lei si interrompe bruscamente. Si apre un grosso portone davanti a noi.
Ci apre la ragazza dell’accoglienza. Giacca nera gessata su pantalone nero, unghie smaltate di bianco e dei lunghi pendenti dorati che le scivolano fino a sfiorare le spalle. Ci accoglie con un sorriso di circostanza, appena accennato. A guardarla meglio più che un sorriso pare una smorfia. Comunque ci invita ad entrare. Scarabocchia qualcosa sulla cartelletta rilegata in pelle che tiene in mano e ci fa cenno di seguirla senza che la sua bocca emetta alcun suono. Silenzio.
Ci avviamo verso una stretta scala a chiocciola. Un leggero jazz in sottofondo. Saliamo con passo deciso scambiandoci qualche sguardo tra l’effervescente e il meravigliato. Le luci soffuse illuminano a fatica la salita verso il locale. Sono di un rosso opaco che sembra rubato dal lipstick di lei, che qualche ora prima lo appoggiava con delicatezza sulle labbra canticchiando a mezza bocca Pink + White di Frank Ocean.
Le luci e il rossetto contrastano con l’oscurità generale. “Sembra un night” mi dice sussurrando mentre prova maldestramente a trattenere una risata. Annuisco. Sorridendo. Credo.
Dopo i 3 daiquiri che ho bevuto come aperitivo mi sento Ray Liotta in Goodfellas. La scena è quella iconica in cui il gangster italo-irlandese porta Karen in un locale di musica live entrando dal retro e attraversando la labirintica cucina del ristorante. Al fischio del cameriere compare un tavolo imbandito in prima fila e una bottiglia gentilmente offerta dalla casa. Non va proprio in questo modo, il conto dovrò pagarlo. Sarà salato e tutto in pezzi da venti. Però penso a quella scena mentre salgo l’ultimo scalino, e quasi ci credo.
Dopo aver raggiunto la fine della scala a chiocciola mi volto a guardarla. Mi giro, ed è bella. Di una bellezza che regala fiducia e pretende amore. “Stavo per scivolare su un nove di cuori” mi dice soffocando una risata.
Indica la carta che giace abbandonata sul finire delle scale.
Mentre parli l’innocenza se ne va sui tacchi a spillo
La scala a chiocciola termina in una piccola anticamera dove il rosso delle luci si fa più intenso. La ragazza in completo nero sposta una tenda scura e pesante. “Prego” dice emettendo finalmente un suono e lasciandoci nelle mani di una seconda hostess. Una cameriera minuta, sguardo innocente, capelli biondi leggermente mossi che le accarezzano le spalle. “Buonasera, seguitemi” dice con voce più decisa di quello che dà a vedere. Ci scorta verso il tavolo costeggiando il bar.
Passiamo accanto ad un signore sulla sessantina appollaiato al bancone, gamba sinistra appoggiata sul ginocchio destro. Posa il sigaro con cui stava giocherellando e alza il cappello per salutarci rivelando una stempiata che, a colpo d’occhio, sembra assestarsi tra lo stadio 4 e lo stadio 5. E anche un’educazione talmente innaturale da apparire sinistra. Sguardo sornione e baffo curato alla perfezione, non fosse per la stempiata voluminosa sembrerebbe la controfigura di Fred Buscaglione. Se iniziasse ad intonare Boccuccia di Rosa penserei che è proprio lui, senza alcuna esitazione. Mi sforzo di nascondere l’imbarazzo e ricambio con un sorriso forzato quella carineria d’altri tempi che, in questi di tempi, di wokeness e di alt-right, sa decisamente di bizzarro e inconsueto. Sento salire un senso di inquietudine come se fossi stato colto in flagrante. O in fragrante? non me lo ricordo mai. Deglutisco con forza e accelero il passo.
La cameriera ci accompagna al tavolo. Ordiniamo subito una ciotola di edamame e una bottiglia di Sauvignon delle meno care. Costa molto meno di quello che ho speso su Onlyfans nelle ultime settimane.
Perché lo faccio dite? lo so, avrete certamente un’ opinione che vale la pena di raccontare. Tenetevela per voi però, se non vi dispiace. La verità è che lo faccio perché non è male. Perché è bello lasciarsi andare. Alla deriva, senza pare. Un po’ come quando fai il morto al mare. E pure perché crea dipendenza ed assuefazione. Ma lasciamo stare.
“Non mangio sushi” attacca lei mentre apro il menu del sushi bar. Mi sembra assurdo per l’idea che mi sono fatto di com’è fatta. E infatti mi spiazza, e mi piace. Trovo attraente quando le mie congetture, tanto elaborate quanto superficiali, non incontrano la benché minima conferma. Ma mi sembra assurdo quando non accade, soprattutto perché siamo in un ristorante di sushi. La sua leggerezza è magnetica. E anche la sua ingenuità, o presunta tale. “Niente sushi allora, beviamo e basta” rispondo prontamente scatenando la sua risata, che finalmente libera indisciplinatamente. Un istante dopo la soffoco con una punta di cinismo: “Non potevi dirmelo prima che prenotassi in un ristorante giapponese?”
Poi attacco il vino e butto giù in un sorso un calice di bianco ghiacciato.
Senso di colpa mi spolpa come un granchio
Lei attacca a parlare di una storia clandestina con un uomo sposato di mezz’età. Io l’ascolto mentre seguo con attenzione i movimenti aggraziati del barman dietro il bancone. Dice che la cosa più strana è sentirlo parlare dei suoi figli. Io dico che forse è attratta da lui perché in questo modo prova a colmare l’assenza del padre, un grande classico. Lei dice che anche la sua psicologa gliel’ha suggerito, ma che non ci vuole pensare. Poi fa una pausa, e ci inizia a pensare.
Intravedo il barman posare una zolletta di zucchero nel mixing glass. “Ma invece tuuu, piuttostooo?” incalza lei con un sorriso divertito trascinando un po’ troppo a lungo le vocali. Il barman bagna la zolletta di zucchero con qualche goccio di soda e di angostura. “Lo sai” - rispondo - “a volte è rassicurante”. Faccio una breve pausa. “Mentre delle altre hai la sensazione di rimanere intrappolato in uno strano impasto tagliente e appiccicoso. Vetro e miele.”
“Mh” dice lei. “A me sembra che la vostra storia sia come quando cambi iPhone e continui ad inserire il cavo vecchio. Ci provi, ci riprovi e non funziona mai". Roteo gli occhi verso il barman che ora sta schiacciando energicamente la zolletta di zucchero con un muddler. Lei temporeggia un istante e poi continua cercando di intercettare il mio sguardo: “È strano che a nessuno di voi due venga in mente la soluzione, basterebbe comprare un cavo nuovo”. Poi aggiunge: “mi hai capito? visto che ti piace tanto parlare per metafore…” Senza rendermene conto distolgo l’attenzione dal barman e indugio per qualche istante di troppo sulle sue labbra che tutt’un tratto mi appaiono tanto fini e delicate. Poco prima che se ne accorga rinsavisco: “Non è come dici” rispondo energicamente.
“Ah no?” incalza lei appoggiando con eleganza le labbra al calice. Beve un piccolo sorso e rincara la dose con finto disinteresse: “Secondo me invece è proprio così. Oppure hai un’altra spiegazione sul perché siamo qua stasera?”. Il barman riempie il mixing glass con un paio d’once di Nikka e abbondante ghiaccio tritato. Io farfuglio visibilmente imbarazzato che siamo qui perché, in fondo, a ben guardare, è così evidente… insomma siamo entrambi un po’ persi. E poi aggiungo che è bello farsi compagnia nella confusione perché, anche se non risolvi niente, tutto quanto sembra alleggerirsi.
Lei annuisce con un sorriso che mi libera. Il barman rotea energicamente il contenuto del mixing glass con lo spoon, dopodiché lo filtra delicatamente in un bicchiere Old Fashioned dove giace solitario un grosso cubo di ghiaccio sudato. Intanto un cameriere appoggia sul nostro tavolo una coppetta di edamame. “Signori avete deciso?” “Ci dai ancora qualche minuto?” rispondo io. “Sì, per favore” aggiunge lei.
Non appena il cameriere si allontana mi alzo per rabboccare i calici di vino. “Forse dovremmo scegliere cosa ordinare” le dico accennando un sorriso. “Avevo capito che volevi solamente bere” fa eco lei ammiccando. “Forse ho cambiato idea” rispondo mentre mi rimetto a sedere. “O forse no, cheeeers! A noi e alla confusione, che forse è l’unico modo per stare al mondo senza annoiarsi” replico alzando il calice. Mentre la guardo negli occhi mi gusto il rumore delle due coppe che s’infrangono scatenando un piccolo maremoto.
“Comunque ci ho pensato. Non c’entra nulla mio padre, le mancanze affettive, la mia psicologa. Mi piacciono gli uomini più grandi semplicemente perché sono più maturi. Tu, ad esempio, sembri più grande. Sei molto maturo per l’età che hai”.
Rubo una frase da qualche anfratto della mia mente per provare a non sfigurare e rispondo, cercando di darmi un tono ma biascicando lievemente, “Guarda che nessuno diventa mai adulto veramente, s’impara soltanto a fare finta”.
Gli usignoli qui non cantano ma soffrono
Mentre lei è in bagno ne approfitto per pagare il conto. O almeno ci provo. Fred Buscaglione inarca faticosamente la schiena sporgendosi dallo sgabello del bar. È rimasto lì dove lo avevo lasciato. Ora interrompe la mia camminata trionfale verso il POS afferrandomi per un braccio. “Ti ho visto sai?” mi dice sghignazzando affannosamente. In una frazione di secondo passo in rassegna tutte le mie nefandezze degli ultimi mesi. Mi chiedo se l’ho già incontrato in qualche night. Preso in contro tempo replico con voce strozzata: “In che senso?”.
“Nel senso che ti ho visto con lei, prima. Si vede… io lo vedo… lo vedo chiaramente quando qualcuno nasconde qualcosa” dice lasciandosi andare ad una risata sguaiata che accompagna con qualche colpo di tosse grassa. Mi guardo intorno imbarazzato cercando una via di fuga nello sguardo del barman che, da vero professionista, abbassa la testa. Poi di colpo si fa serio, mi strattona leggermente il braccio e, guardandomi dritto negli occhi, dichiara: “Ti dirò una cosa che sai e una cosa che non sai”.
“Ah si?” rispondo cercando di riprendere il controllo della situazione e di nascondere lo stupore. “Forse mi incuriosisce di più quello che so, perché non so se lo so. Mentre quello che non so mi è fin troppo chiaro” rispondo cercando di sdrammatizzare. Buscaglione accenna un sorriso compassionevole e, rivelando un molare d’oro un po’ arrugginito, scandisce ad alta voce: “Se vuoi scopare una bella figa comportati sempre come se non la volessi scopare”. Si ferma un’istante. Poi raccoglie quello che resta di un Old Fashion dal bancone del bar liberandomi finalmente il braccio e aggiunge: “Questo lo sai, vero?”
Butta giù un sorso rumoroso, deglutisce, e poi aggiunge con aria gravosa: “Poi, però, ricordati di scoparla. In tanti finiscono per dimenticarselo.”
fine.
la soundtrack di questo episodio: tarocchi playlist
un album italiano: ‘fast life 5: audio luxury’ by guè
un album internazionale: ‘casino’ by baby keem
un altro album internazionale: ‘don’t be dumb’ by asap rocky
una traccia: ‘scala di milano’ by tedua, guè
un videoclip: ‘vibe’ by guè
un film: ‘anora’ by sean baker
un altro film: ‘un altro giro’ by thomas vinterberg
un libro: ‘santi e bevitori’ by lawrence osborne
L’aggettivo epicureo al giorno d’oggi è associato agli amanti dei cibi raffinati, dei lussi, dei vizi e dei piaceri sensuali.
La realtà, però, è che Epicuro aveva gusti molto più semplici di quello che siamo abituati a pensare. Il filosofo greco insegnava alla moderazione e ripudiava l’esagerazione. Perché abbandonarsi al piacere sfrenato non fa altro che creare ulteriore desiderio. Da cui desiderio scaturisce profonda insoddisfazione.
Epicuro e i suoi seguaci preferivano pane e acqua ai cibi esotici. Mi chiedo perché oggi l’aggettivo epicureo abbia finito per significare esattamente l’opposto.
E chissà cosa ne penserebbe Epicuro.




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