tarocchi ep.9
trentuno giorni
Si inizia sempre con l’indecisione, almeno nel mio caso è così.
“Lo so, sono in ritardo” dico con un sorriso sconsolato. “Come al solito” aggiunge lei sorridendo piccata. So che le costa fatica stare ai miei ritmi che sono esageratamente lenti e poi, all’improvviso, per via dei ritardi che accumulo, esageratamente frenetici. Un arresto di cuore e una tachicardia continua. L’indolenza e la pigrizia siciliana contro l’operosità e la pressione sociale brianzola. Fatalismo e motivazione difficilmente remano nella stessa direzione.
“Andiamo al cinema?” “Wes Anderson?” “Sì, ci sta il film”. Okay andiamo.
Accendo la sigaretta e guido a tavoletta sulla valassina mentre penso che forse era meglio andare a cena in quel giappo in Isola che ci piace tanto, almeno così potevamo prendercela con comodo. Fanno una tartare di trota veramente incredibile, anche se non è il tipo di piatto che ordini dopo averlo visto al tavolo affianco al tuo. In superficie non sembra un granché ma appena lo smuovi un po’ si svela il vero tesoro: riso, alghe nori, shiso, spezie piccanti e salsa ponzu. Un vero spettacolo e, soprattutto, un vero elogio alla profondità che vince sulla superficie.
Mentre penso che una trota è scampata alla morte grazie alla mia indecisione spingo il piede sull’acceleratore. Per fortuna ci sono ancora dei posti dove puoi correre quando ne hai bisogno, non ci sono rilevatori ad aspettarti di nascosto o avvisi di giacenza ad attenderti a casa. A dire la verità i rilevatori li hanno messi poco prima dell’imbocco della valassina, ma qualche santo - che avrà il suo meritato posto in paradiso - li ha colorati con la bomboletta e manomessi. Da quel momento non funzionano più, non li hanno più aggiustati. Non che a me piaccia correre a dire la verità, ma a volte perdo talmente tanto terreno rispetto agli altri che mi tocca farlo. Taglio la rotonda prendendo l’ultimo pezzo di strada in contromano ed entro al volo nel parcheggio. “Quello va via”.
Fa freddo, è uno dei trentuno interminabili giorni di gennaio, dire quale non fa nessuna differenza. Parcheggio ed usciamo dalla macchina. Di fretta come il pezzo di Fibra. Entriamo nell’atrio. Le luci gialle al neon hanno sempre il loro fascino e poi mi piace da morire quando non c’è nessuno in giro. A parte la ragazza alla cassa e il ragazzo che ci strappa i biglietti sembra che siamo gli ultimi sopravvissuti sul pianeta terra. Eppure ce n’erano di macchine nel parcheggio. Compro una bottiglietta d’acqua mentre lei si guarda intorno. È felice che stiamo insieme stasera, glielo leggo in quegli occhioni accesi che si rivelano al mondo con indifesa sincerità. Sono felice anch’io. L’odore dei popcorn pervade l’aria. Lei li vuole ma non li prende, è abituata a darmi corda e sembra non costarle mai fatica. “L’odore dei popcorn è più buono dei popcorn” dico a voce alta, ma ero convinto di averlo solo pensato. Mi guarda con aria accondiscendente e fa una smorfia divertita, è abituata anche a sentire le mie banalità pronunciate con solennità. Entriamo in sala. Pubblicità. Siamo al pelo ma abbiamo fatto in tempo anche a ‘sto giro. Ci sediamo sulle poltrone, non troppo distanti e non troppo vicini dallo schermo. Butto la testa all’indietro affondando sullo schienale, allungo la mano destra per accarezzarle i capelli ricci e, anche se solo per un breve istante, mi convinco che ogni cosa sia esattamente dove deve stare.
Tepore, buio, inizia il film. Lo schermo è quadrato. Vengo immediatamente rapito dalla simmetria di Wes Anderson, dall’ordine delle cose che sembra così inafferrabile dalla poltrona in cui sono comodamente seduto. Le storie dei redattori, la scrittura è sacra, il disordine qui dentro sembra avere un suo posto. Colori e bianco e nero si alternano di continuo, così è la vita. C’è un mondo intero dentro lo schermo e io ne vengo totalmente conquistato. Mi torna in mente quando ero bambino, ci sono io nel cinema accanto a casa che ormai ha chiuso da parecchi anni. Ero con mio padre negli ultimi posti a lato, la sala era gremita, ora sembra che non importi più a nessuno. È uno dei pochi ricordi nitidi che ho, avrò avuto qualcosa come 4/5 anni.
Siamo di nuovo fuori. Che bello il cinema quando è bello. Amo le cose belle, disprezzo tantissimo quelle mediocri, ho simpatia per quelle brutte. Ecco perché mi disprezzo. Accendo una sigaretta. “Ti è piaciuto?” mi chiede lei impaziente. “Molto” rispondo io. “Oooh, meno male che ti è piaciuto, quanto sei bello quando ti piacciono le cose!” “Perché quando non mi piacciono invece?” le chiedo. “Sei insopportabile!” mi risponde senza pensarci un istante. Ridiamo di gusto.
Torniamo in macchina e ripartiamo. Ascoltiamo del rap francese, l’artista si chiama Doria, il pezzo è Trajet. ‘Y a trop de vices, j'me pose trop de questions/ Si j'loupe le virage, j'payerai l'addition’ canta la rapper di Nanterre prima che entri la cassa dritta nel ritornello. Mi piace il connubio cassa dritta-malinconia, come nel pezzo di Emis e Sfera uscito qualche mese fa. La vibe è quella di un momento di introspezione mentre giri a tutta velocità sul calcinculo. A un certo punto - accecato dalle luci strobo fuori tempo massimo - realizzi che prendere o non prendere quel pezzo di stoffa bianco, in fin dei conti, non fa alcuna differenza. L’importante è che la giostra continui a girare.
Nel frattempo è scesa una nebbia fittissima ma non ci facciamo caso fino a metà strada. Poi tutt’a un tratto ce ne rendiamo conto. “I fendinebbia come cazzo si mettono?” le chiedo mentre tocco maldestramente i controlli dietro al volante. Lei lo sa, sa sempre tutto, specialmente quello che non so. Ma soprattutto, sa sempre come farmelo notare senza farmelo pesare. È di una dolcezza commovente, mi fa sentire come se avessi anche io un senso, un posto nel mondo di cui solo lei sembra conoscere le coordinate esatte. Questa volta lo penso e basta, ma avrei tanto voluto dirglielo.
Passiamo davanti all’insegna illuminata di un sexy shop ma la scritta shop è rotta, si legge soltanto sexy. Imbocco il lungo vialone della Villa. Gli alberi altissimi e allineati alla perfezione delimitano la strada uno dopo l’altro e sembrano accompagnarci fino in fondo dove, elegante e illuminata, si staglia maestosa la Villa Reale. Mi godo la vista, mi piace ancora tanto, è una delle poche cose che apprezzo di questa città anche se proprio là, a qualche metro di distanza dai cancelli di ingresso della reggia, mi hanno ritirato la patente. L’Italia aveva appena vinto la semifinale degli europei contro la Spagna. Lei sorride, sa perfettamente a cosa sto pensando. Lo sa quasi sempre.
Proprio in quel momento parte Polvere di Tedua e Capo Plaza. ‘Mi han detto che un ricordo più lo pensi più sbiadisce, come scontrini o le fotografie’. Lo dice Tedua ma lo penso anch’io, o meglio penso che il passato lo ricostruiamo ogni volta che ci pensiamo, che lo modelliamo come un tocco di charas scaldato a dovere. Ecco perché, senza che ce ne rendiamo conto, finisce per prendere tutt’altra forma. Forse è per questo che amiamo così tanto vagare nei ricordi, farci coccolare, ‘immersi nella vasca con musica subacquea’ direbbe Guè. Del resto che cosa sono i ricordi?Esattamente questo: un bagno in vasca tra acqua bollente e schiuma all’olio di argan. Solo che in quella vasca ci puoi anche annegare, e manco te ne accorgi. Che morte stupida affogare in una vasca da bagno, pure se ci sta un pizzico di poesia.
Accosto l’audi nera sotto casa sua. La bacio lentamente e le mordo il labbro inferiore. Indossa un cappellino di lana, arancione. Io invece ho uno snapback, grigio, c’è scritto ‘only the blind’ nella parte anteriore. Accendo un’altra sigaretta. “Devo trovare lavoro in una casa di produzione di film, pulisco i tappeti se serve”. “No, meglio una cosa più stabile anche se non è quello che vuoi” risponde lei. Poi aggiunge: “da qualche parte bisogna pure iniziare”.
Fissiamo il vuoto davanti a noi. Sembra allargarsi sempre di più ogni secondo che passa, come una voragine di cui non vedi la fine. Lei ci pensa un po’ su. Poi lascia sfumare il silenzio come vino bianco su fuoco alto. Dopodiché aggiunge, guardandomi fisso negli occhi: “ma che significa che pulisci i tappeti?”. Lascio passare qualche istante ma il silenzio evapora troppo velocemente. “Niente” rispondo abbassando lo sguardo verso il tappetino della macchina. Tra me e me penso che forse non c’entra nulla il vuoto, che ho un sacco di cazzate in testa e che probabilmente lei stava solo guardando il parabrezza. Le do un bacio, la saluto e riparto verso casa.
Vedo delle luci blu in lontananza, ci passo accanto e noto due macchine dei carabinieri, un tipo accerchiato da 4 agenti discute animatamente. Sorrido compiaciuto e ripasso davanti alla Villa, non ho bevuto stasera. Rallento per parcheggiare sotto casa ma quando schiaccio il freno sento qualcosa sotto il piede.
Spengo la macchina e mi abbasso per controllare ma non vedo nulla. Apro la portiera ed esco. A quel punto accendo la luce dell’IPhone e mi accovaccio per guardare meglio. Ancora nulla. Controllo anche sotto l’acceleratore e la frizione ed ecco che c’è…nulla. Mi sarò sbagliato, in fin dei conti lo faccio di continuo.
Chiudo la macchina e rientro sorridente nella mia prigione accogliente. Tolgo l’air force bianca schiacciando sul tallone sinistro con il tallone destro, poi sfilo anche l’altra scarpa premendo con il piede sinistro. Proprio in quel momento noto una grossa massa grigia appiccicata sotto la suola.
Finalmente capisco: c’è polvere sotto il tappeto.
Solo l’amore mi mette a disagio
Si dice che per guarire da una dipendenza debbano trascorrere trentuno giorni.
Io non ne sono così convinto ma comunque ci ho provato. Non ho più toccato Instagram per un mese intero, e da oggi inizierò a fare la stessa cosa con l’alcol. Detto ciò, non saprei dire se con Instagram abbia funzionato o meno perché, secondo me, dalle dipendenze non si guarisce mai. Il massimo che si può fare è metterle in stand-by per periodi più o meno lunghi. Poi ci si ricasca però, ci si ricasca sempre. Basta un passo falso e ci sei di nuovo impantanato. Può essere anche che mi sbagli però, magari questo ragionamento è da imputare esclusivamente alla mia scarsa autodisciplina. Sinceramente non mi stupirei se fosse così, ma non mi stupirei neanche se avessi ragione. Il mio problema è proprio questo, che non mi stupisco mai.
Scrivere quest’intro è stato come grattare una ferita che ha appena iniziato a cicatrizzarsi, non so perché l’ho fatto onestamente. Non so neanche fino a che punto vi possa interessare della mia vita privata a dire la verità. Ma la gente lo fa lo stesso, intendo grattare via le ferite quando non sono chiuse. Ma anche incorniciare la propria vita privata ed esporla al resto del mondo come se fosse importante. Come se poi ci interessasse qualcosa quando slidiamo con il dito da destra a sinistra nelle storie Instagram. La verità è che dà molta più soddisfazione grattarsi via le croste. Almeno per me è così. Ultimamente non so perché faccio la maggior parte delle cose che faccio, mi sono addirittura trasferito all’estero senza riuscire a spiegarmi il perché. Spesso mi sembra di essere mosso dal solo desiderio di farmi del male. Forse ha ragione mia madre, che in fin dei conti mi piace autocommiserarmi.
Depuis le départ
Doria è una rapper francese classe ‘96, viene da Nanterre - un comune situato nella banlieue nord-ovest di Parigi - e non è una che si autocommisera molto, anzi.
Lo so, non è un gran gancio per cambiare argomento ma, credetemi, scrivere quello che sta là sopra non è stato affatto semplice. Spero di non essere stato troppo stucchevole, so bene che l’intimità che coltiviamo in segreto molto spesso fa rima con banalità se vista da un occhio esterno. Bevo un sorso di Asahi e continuo.
Dicevo, Doria rappresenta alla perfezione la rapper donna che, a mio parere, manca all’Italia. È credibile, ha testi profondi, un flow nervosamente musicale, l’attitudine giusta, ottime skills come rapper e ottime skills come cantante e, soprattutto, riesce a far convivere la sua femminilità con la sua aggressività senza forzature e senza risultare una macchietta o una freak. L’aggettivo giusto è autentica, qualità più unica che rara all’interno dell’industria musicale odierna. Forse all’interno della società in generale, ma proseguiamo.
Quando è uscito il suo primo album (Depuis le départ) nel 2021, non era di certo un volto sconosciuto in Francia: nel 2018 era apparsa in una puntata del format YouTube Rentre dans le Cercle di Sofiane, nel 2019 aveva pubblicato il suo primo Ep (MDP) al cui interno è contenuta la sua prima vera hit (Pochtar - Dodo) e nel 2020 era stata ospite nel disco La Machine di Jul in Toi-même tu sais. In tutto ciò - mentre la pandemia macinava numeri da record - i freestyle registrati a bordo della sua auto andavano virali (scusate il brutto gioco di parole) e l’hype intorno al suo nome cresceva di pari passo con i positivi (scusate, di nuovo). Tutto questo per dire che all’uscita del suo primo album ufficiale le aspettative su di lei erano già piuttosto alte.
In quel 2020 che a volte sembra vicinissimo e a volte lontano anni luce, ero rimasto particolarmente colpito da Doria proprio perché - ancor più di oggi - mancavano rapper donne con quel tipo di spessore artistico nel nostro paese.
Sì, Anna aveva avuto un successo insperato con Bando ma aveva ancora tutto da dimostrare, tanto che solo quest’anno la gente ha smesso di chiamarla Annabando (tutto attaccato) dandole il suo (meritato) posto all’interno della scena. Forse è per via della consacrazione ottenuta con il featuring in Madreperla, forse per merito dei vari video che girano su Tik Tok in cui saluta i fan e fa altre cose carine che sembrano piacere proprio a tutti. Scegliete voi. Poi c’era l’operazione Chadia orchestrata dai burattinai Big Fish e Jake La Furia che - per quanto interessante - era tutt’altro che genuina (e piuttosto povera) a livello musicale. E poi, certo, c’era Madame che si stava facendo strada tra le fila degli Arcade Boyz prima, e tra quelle di Paola Zukar poi. Ma se già all’epoca era difficilmente inquadrabile all’interno di un genere musicale, oggi lo è ancor di più. Insomma, c’era ancora un grosso buco nello scaffale discografico più amato dagli italiani - quello del ‘rap femminile’ (sì sono ironico) - che, a mio modo di vedere, non è stato completamente colmato nemmeno nel 2023. Dita incrociate per Ele A (di cui ho parlato nelle puntate precedenti), ovviamente.
All’epoca - mentre provavo a spiegare tutto questo ad una mia amica rapper molto promettente e molto poco furba - ascoltavo il primo progetto di Doria (scoperta, tra l’altro, proprio grazie all’amica in questione) con grande interesse. E constatavo, per l’ennesima volta, l’indubbia superiorità dell’industria culturale francese su quella italiana. Ma questa è un’altra storia. In ogni caso, Depuis le départ è un disco piuttosto oscuro e, tutto sommato, ben amalgamato. Fatta eccezione per Minimum e Tu Sais - che escono un po’ dal seminato e sembrano buttate dentro per cercare di alleggerire un po’ l’album (all’italiana insomma) - il disco fila e ha un suo senso. Ah giusto, escluderei anche l’episodio Granita che ha senso di esistere all’interno del progetto tanto quanto un pezzo conscious di Tony Effe.
Detto ciò, se è vero che i temi affrontati sono, bene o male, i canonici del rap è pur vero che, come sempre, a fare la differenza è la prospettiva. E quella di Doria è certamente interessante, così come lo sono la sua metrica e il suo flow. Pezzi più rappati come 96 e 10% si alternano a brani più melodici come Canon e Goodbye, e in generale direi che c’è un ottimo equilibrio tra rap e melodia.
Dicono tutti bugie, me compreso
Ho riascoltato questo disco dopo che ho scritto la lunga introduzione di questo episodio. Io e la musica di Doria ci siamo ritrovati casualmente perché, come spesso mi accade inconsapevolmente di fare, ho associato una sua canzone ad un ricordo. Penso che se non ci fosse la musica non ricorderei nulla della mia vita. Anche perché, dico la verità, l’ho persa un po’ di vista dopo quella che, ad oggi, è stata la sua prima ed ultima apparizione a 360 gradi. Doria, dico.
In ogni caso, il titolo dell’album mi sembrava calzasse a pennello con la situazione che sto vivendo in questo momento, dato che sto pubblicando questo episodio poco dopo essere partito. Mi trovo nella metropolitana di Londra e sto leggendo a voce alta il cartellone davanti a me, appena in tempo prima che venga coperto dal treno: ‘there are labels we’re given and those we make ourselves’. È una pubblicità di un famoso whiskey con in primo piano una ragazza nera che indossa un paio di occhiali da sole bianchi mentre ostenta una duck face parecchio accentuata. Questo statement da retorica spicciola è scritto in stampatello bianco e fa - ça va sans dire - immediatamente colpo su di me. Mentre penso intensamente a quel claim pubblicitario mi chiedo se quello che sto facendo abbia un senso, se lavorare tutto il giorno sia la risposta ai miei dilemmi o qualcosa senza fondo.
Sono arrivato a casa finalmente. Ultimo sorso di Asahi, vedo il fondo. Rileggo per l’ennesima volta quello che ho scritto fino ad ora ma non mi convince fino in fondo. Non riesco a trovare l’interruttore per spegnere la luce dello sgabuzzino nonostante l’abbia accesa io. Mentre procedo a tentoni toccando il muro mi rendo conto che devo chiudere questo episodio. Non so perché, ma l’unica cosa che mi viene in mente è un’ osservazione carica di ironia fatta dal PM De Lucia durante l’ultimo interrogatorio-testamento di Messina Denaro lo scorso febbraio, poco dopo la sua cattura.
Durante il colloquio con la DDA di Palermo il latitante di Cosa Nostra aveva avuto il coraggio di definirsi un criminale onesto scatenando l’ilarità generale. Al che il PM aveva risposto sogghignando: ‘Questo è un ossimoro, lei sa cosa significa naturalmente…’
Risposta: ‘Sì, la gelida fiamma’.
la playlist aggiornata: hand-picked by mosi
un album italiano: nayt - ‘habitat’
un album internazionale: doria - ‘depuis le départ’
un altro album internazionale: they. - ‘nü moon’
una traccia: coez, frah quintale - aspettative
un videoclip: baby gang - seconda generazione
un film: ‘the french dispatch’ by wes anderson
una altro film: ‘baci rubati’ by truffaut
una serie: ‘easy’ by joe swanberg (S1 E5: ‘art and life’)
un libro: diego de silva - ‘non avevo capito niente’
A Milano sta arrivando il temporale, pare. Sono seduto sui tavolini di plastica di Poporoya. Erano mesi che non mangiavo in un ristorante giapponese. Il messaggio avrei preferito ignorarlo ma sono stanco della polvere, ci sono allergico per di più. Solo che a volte me lo scordo. È luglio, l’allergia è totalmente fuori stagione ormai, e poi l’acqua spazza via tutto, pulisce. Sposto i pezzi di tonno e salmone e guardo sotto. Ci sarebbe del riso ma, piu che un chirashi, vedo una montagna di incertezze apiccicate l’una all’altra con della salsa di soia. Butto giù un sorso di sakè freddo e provo a sdrammatizzare con una battuta insieme agli altri. Non funziona.
Ora sono a una festa su una terrazza di Milano, non so in che zona, non mi interessa. Saluto quel tipo che conosco, è simpatico ma non mi sono mai fidato fino in fondo, è sempre felice quando lo vedo. C’è una coda lunghissima, prendo un gin tonic e me ne vado di corsa, trafelato.
Ora sono in strada. Sta iniziando a piovere e accelero il passo per raggiungere la macchina il più in fretta possibile. Metto il gin tonic nel vano portaoggetti e inserisco la prima. Mi forzo di essere distaccato, non funziona. Provo ad attaccare il bluetooth per la musica, non funziona. Sento un tuono rimbombare come un colpo di tosse grassa senza makatussin. Accelero ma sono in anticipo.
Dei lampi squarciano il cielo a metà. Una pattuglia della polizia in Renato Serra ferma la macchina prima di me ad un benzinaio. Gli passo accanto tirando un sospiro di sollievo. Accelero di nuovo ma sono in anticipo.
Esco all’altezza della torre di Mediaset e un primo scroscio d’acqua si rovescia sul parabrezza. Faccio un sorso di gin tonic e accendo l’ennesima sigaretta. Dopodiché accelero ancora, ma sono in anticipo.
Esco a Sesto per non pagare il casello. Mi forzo di essere rilassato, non funziona. Un ultimo sorso di gin tonic, sbuffo il fumo fuori dal finestrino. Roteo un paio di volte i cubetti di ghiaccio rimasti nel bicchiere di plastica. Sono su Corso Milano, vedo l’arengario avvicinarsi velocemente.
Getto la sigaretta dal finestrino, faccio un respiro profondo, guardo il centro di Monza davanti a me e accelero per l’ennesima volta. Poi mi fermo di colpo, anche se il semaforo è arancione. Appoggio la testa sul volante e le mani sul cruscotto. Una sirena suona in lontananza.
Ora il cielo piange davvero. Il bluetooth si collega. Parte Mojabi Ghost di Bad Bunny. Finalmente piango anch’io, ma piango in ritardo.



Questo ha fatto male..